Paolo Portone 
      L'ULTIMO SIGILLO
     L'Apocalisse nel XXI Secolo
        
Presentazione di Giorgio Galli

Il libro di Paolo Portone ha due grandi meriti: uno sotto il profilo storico, l'altro sotto quello dell'attualità. Il primo consiste in un'accurata ricostruzione di come il "Libro della Rivelazione", più noto come "Apocalisse", sia entrato tra i testi canonici (cioè ufficialmente ritenuti autentici) dalla chiesa. Il secondo consiste in un'analisi di come le prospettive millenaristiche possano influenzare il presente.

Vi erano molte ragioni perché il testo attribuito a Giovanni Evangelista (il discepolo più amato da Cristo) subisse la sorte di altri, più o meno coevi, che la chiesa ha definito "apocrifi" (non autentici), parte dei quali oggi molto studiati, sovente con la compendiata terminologia di "vangeli gnostici" (cfr. Elaine Pagels, "I Vangeli gnostici", Milano, 1981).

" Capricci Apocalittici "  disegno di Bruno Acetelli
 
Ecco: io verrò come un ladro; beato colui che vigilante e conserva le sue vesti; cosi non camminerai ignudo e non lascerà scorgere la sua vergogna! " (Ap. 16.15).
 

In primo luogo, l'attribuzione del testo a Giovanni era ritenuta problematica o negata da parte della stessa patristica; anche perché - in secondo luogo - lo stile e il contenuto della "Rivelazione" differiscono radicalmente dai classici "vangeli" (i tre "sinottici" di Marco, Luca e Matteo, ma anche da quello dello stesso Giovanni): in terzo luogo la "profezia" poteva apparire superata nel V secolo, quando invece venne accreditata (sia pure col ridimensionamento che si vedrà), soprattutto da parte di Agostino.

Portone fa propria, infatti, la versione secondo la quale il testo - ammessa l'attribuzione a Giovanni - venne valorizzato nel periodo delle più aspre persecuzioni. Esso incoraggiava la resistenza delle comunità cristiane, annunciando l'imminente (il "fra breve", sottolineato da Portone) sconfitta dei persecutori, dell'impero romano, la "Babilonia", la "grande meretrice", il cui effimero trionfo sarebbe stato seguito dalla definitiva disfatta.

Ma nel quinto secolo la situazione era radicalmente diversa. L'impero di Roma, dopo Costantino (legalizzazione del cristianesimo) e dopo Teodosio (sua trasformazione in religione di Stato: i perseguitati erano, ora, i "pagani") non era più il nemico, ma l'alleato della Chiesa in fase di istituzionalizzazione. Lo stesso Agostino chiedeva il sostegno del potere politico per combattere nella sua Africa settentrionale (era vescovo di Ippona, la Bona oggi in Algeria) l'eresia donastica.

Visti i dubbi preesistenti (era o no di Giovanni?), visti i rischi, per la Chiesa diveniente istituzione, di un messaggio che Portone giustamente sottolinea eversivo, mentre i testi canonici erano in corso di definizione, non sarebbe stato più opportuno considerare apocrifo il "Libro della Rivelazione" e accantonarlo? La decisione fu invece quella che l'Autore così descrive:

"La tardiva accettazione della scrittura profetica nel canone cristiano fu il riflesso delle apprensioni comuni delle gerarchie ecclesiastiche e delle autorità imperiali di fronte agli effetti sul piano politico e religioso delle recrudescenze millennaristiche. Il testo racchiudeva nelle sue allegorie, nelle sue premesse… un sentimento appartenuto a un glorioso passato "rivoluzionario". Così quando fu accettato tra le scritture divinamente ispirate questo poté avvenire solo a condizione di una sua profonda storicizzazione simbolica… Il testo fu depurato della sua carica antisecolare, annullando la tensione escatologica delle profezie ridotte a vaticini ex evento: solo così, oscurando il valore propriamente predittivo delle visioni, lo scritto sopravvisse nel cristianesimo post apostolico e continuò a essere utilizzato per la sua funzione ammaestrante", visto che il "ritorno" di Cristo veniva allontanato in una prospettiva del tutto indefinita.

Ricostruzione precisa. Ma, pur svuotato nell'interpretazione, il contenuto profetico-rivoluzionario continuava ad aleggiare nel testo; tanto che, come Portone documenta, esso fu alla radice dei ricorrenti movimenti millenaristici che la Chiesa dovette fronteggiare come "eretici" nella lunga serie dei secoli successivi e come non era difficile prevedere sarebbe accaduto da parte degli autorevoli, accorti maestri della patristica del quinto secolo.

Perché, allora, lasciar "sopravvivere" un testo, la cui funzione di "ammaestramento" era alquanto più problematica della carica eversiva la quale persisteva, pur dopo l'interpretazione di cui Portone ricorda la connotazione "spirituale"?

Credo si possa avanzare un'ipotesi che si collega alla valutazione del cristianesimo dalle origini che ho proposta nel capitolo quinto ("La grande chiesa di Roma") di "Cromwell e Afrodite - Democrazia e culture alternative" (Kaos edizioni).

Quel cristianesimo originario era profondamente intriso di preesistenti elementi religiosi dell'area medio-orientale, come anche Portone efficacemente sottolinea. Tra queste eredità, personalmente ritengo importante la componente femminile, il fatto che tali credenze (con l'eccezione dell'ebraismo) ammettevano la donna alla gestione del sacro. Dell'eredità, Portone mette a sua volta in luce l'aspetto dualistico, l'eterna lotta tra il bene e il male.

Le originarie comunità cristiane (del periodo "rivoluzionario") accettavano sia la gestione femminile del sacro (la stessa "leggenda aurea" ufficialmente sottolinea il ruolo delle "martiri" nell'animare la resistenza alle persecuzioni) sia il dualismo cosmologico tra la luce e le tenebre (evidente nel "Libro della Rivelazione").

Via via che la nuova religione si caratterizzava e si istituzionalizzava, il lascito precristiano si attenuava, ma, come sovente accade ai fenomeni culturali, lasciò qualche residuo.

Così venne bandita la gestione femminile del sacro (ereditando, sotto questo aspetto la tradizione ebraica), sia pure con la parziale compensazione del ruolo salvifico della vergine Maria e con i conventi delle donne-suore. A sua volta la cosmologia dualistica sopravvisse, pure parzialmente, attraverso la contrapposizione tra Dio e Satana.

Essa è contrappuntata, nell'Apocalisse, dall'altra contrapposizione tra Cristo e la nuova figura dell'Anticristo. I due fenomeni - ruolo delle donne e dualismo - si intrecciano, con caratteristiche analoghe, anche temporalmente.

Nella fase della resistenza "rivoluzionaria" alla persecuzione, le donne gestiscono il sacro e contemporaneamente hanno un ruolo di primo piano nella lotta delle comunità, mentre il "Libro della Rivelazione" grandeggia e incoraggia, come scrive Portone, con un "sentimento, a tratti bellicoso, fieramente ostile al sistema di valori terreni e alle sue istituzioni politiche".

In una fase successiva la chiave vincente si istituzionalizza, le donne vengono espropriate ed emarginate (ma qualcosa rimane), mentre i "padri", come Agostino, già manicheo, risentono del lascito culturale, tanto da preferire la canonizzazione di un "Apocalisse" ridimensionato alla sua totale cancellazione collocandolo tra gli "apocrifi".

Ma oltre che per la ricostruzione storica, il contributo di Portone è importante anche per questioni di attualità. Appunto perché fonte di persistenti ispirazioni millenaristiche, l'Apocalisse è fonte di suggestioni nel passaggio di millennio.

A partire dal secondo capitolo, l'Autore mette in luce i segni di tempi difficili tra "speranze di cambiamento e psicosi catastrofista". La sua risulta una posizione preoccupante, che si confronta con quella ottimista di Umberto Eco in un brano certamente esemplare:

"I media, suggerisce Eco, invece di impaurire a tutti i costi un'opinione pubblica che attende il Duemila con 'incuriosita indifferenza, dovrebbero lasciar da parte l'Apocalisse e le sue profezie e preoccuparsi piuttosto dei pericoli racchiusi in una semplice bomboletta spray, in grado 'di mandare in malora il nostro pianeta. A sorpresa, in conclusione di un articolo che si prefigge di raffreddare un clima surrettiziamente arroventato, viene dunque prospettato, sebbene con tono gioviale, uno scenario 'apocalittico'… L'insistenza con cui Eco è tornato sullo stesso argomento, segnala un'inquietudine reale non solo nella mente di chi vuole ad ogni costo spaventarci, ma anche di chi guarda con distaccata bonomia un mondo che rischia di dissolversi per un refolo di clorofluorocarburi".

Brillante osservazione. Ma appunto perché condivido la posizione di Portone, ritengo opportuna una riflessione sugli ultimi due capitoli, nei quali l'Autore sembra ritenere che tra le ragioni di preoccupazione del passaggio di millennio (appunto evidenziate soprattutto nel secondo e nel terzo capitolo) non ci sia l'ondata migratoria in se stessa, ma la sua interpretazione da parte di quelle che definisce "destre identitarie" (che cioè rivendicano l'identità etnica e culturale) e di teorici dello "scontro di civiltà", come Samuel Huntington.

Credo che la questione possa essere approfondita, a partire da fonti. "Destre identitarie" è una definizione efficace, ma nella sua sinteticità comprende posizioni alquanto diversificate. Per esempio la rivista "Orion", frequentemente citata, da tempo rifiuta la collocazione a destra ed ospita posizioni variegate, come nel recente dibattito sull'archeofuturismo (mentre le citazioni risalgono a periodi precedenti o a testi ospitati, ma che non esprimono la linea redazionale, tra l'altro in continua evoluzione).

Per quanto concerne Huntington, oltre che del citato, celebre saggio su "Foreign Affairs", occorre tenere conto del suo sviluppo nel successivo volume "Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale - Il futuro geopolitico del pianeta nell'analisi più discussa di questi anni" (Garzanti). Non si tratta di "accanimento bibliografico" (aggiornare le bibliografie o perire, secondo l'ironico slogan di Mario Savio negli anni Sessanta della rivolta di Berkeley), ma dell'opportunità di tenere conto di correnti di pensiero in continua evoluzione.

Veniamo alla sostanza. Con riferimento a "uno scenario catastrofico" evocato da Ernst Nolte in un'intervista rilasciata nel 1997, l'undicesimo capitolo si conclude così:

"La contraddizione tra "ricchi e poveri" trasformandosi in conflitto tra i difensori delle libertà e della superiore civiltà occidentale contro i popoli di Gog e Magog (un'immagine tradizionale precedentemente descritta, ndr) del sud del mondo, potrebbe a questo punto rappresentare uno sbocco estremo alle "doglie messianiche" di una società impaurita eppure incapace di rinunciare ai suoi privilegi: ancora una volta l'ottimismo drammatico del mito apocalittico, attraverso la propaganda di patrioti cristiani e di destre identitarie, s'offrirebbe all'Occidente cristianizzato come sponda mitica per un suo riscatto dal rischio di scomparire, con delle conseguenze facilmente immaginabili per l'intero pianeta".

Queste, infine, le ultime righe del testo: "Le rozze schematizzazioni postulate da Huntington troverebbero conferma in schieramenti appiattiti su false identità, speculari anche sotto il profilo dell'ideologia religiosa, che adoperano i testi sacri per 'forgiare metafore', con cui vestire le "passioni dell'attuale politica" (riferimenti ad 'Armaghedon. Verso il conflitto finale, titolo del decimo capitolo). In particolare, la fantasia apocalittica del nemico totale potrebbe tornare utile per incanalare le frustrazioni di una situazione ritenuta senza sbocchi, compensando le tensioni sociali e sublimandole nell'attesa del gran giorno del Dio onnipotente, il primo della nuova era, l'ultimo dell'umanità".

Non si possono ridurre le tesi di Huntington a "rozze schematizzazioni" (espressione che l'Autore riprende da quella di "rozze semplificazioni", come le definisce uno studioso citato, Mariano Aguirre), anche se una di queste potrebbe essere una alleanza tra civiltà confuciana e civiltà islamica contro l'Occidente, che l'analista americano ipotizza mentre i suoi critici la ritengono del tutto improbabile (i infatti la Cina si preoccupa delle sue minoranze islamiche, come peraltro la Russia). Comunque questo è solo un esempio, mentre l'impostazione globale di Huntington è più complessa.

Si può ad ogni modo ritenere che le prospettive suggerite dai finali degli ultimi due capitoli del libro debbano essere tenute presenti. Ma il problema mi pare più ampio di quanto comporta la confutazione delle tesi delle "destre identitarie" e di un teorico del Dipartimento di Stato.

Personalmente mi muovo nell'ambito della tradizione culturale della sinistra. Penso che la società occidentale sia avviata a diventare, almeno parzialmente , multietnica. Condivido la preoccupazione di Portone nel vedere la sinistra storica appiattirsi, di fronte al problema dell'immigrazione e ai timori che suscita nella pubblica opinione, su concezioni e su normative proprie della cultura di destra e dell'impostazione "legge e ordine" di nixoniana memoria.

Tuttavia, per non appiattirsi, la cultura della sinistra non può limitarsi a ritenere che i problemi dell'immigrazione e del confronto (se non lo "scontro" huntingtoniano) tra civiltà siano facilmente risolvibili, purché si rifiutino le strumentalizzazioni reazionarie nella vecchia chiave progressista e illuminista.

Quei problemi sono di difficile soluzione e credo richiedano uno sforzo culturale innovativo. Personalmente ho tentato qualche riflessione in proposito in saggi compresi in volumi collettanei ("Reinventiamo la sinistra", Marco Tropea editore, 1996; e "L'Europa e la Serbia", Ed. Graphos, 1999).

Ma si tratta semplicemente di primi, cauti passi di un possibile lungo cammino per arricchire il razionalismo illuminista di quella fantasia che Thomas Hobbes (giudicato riduttivamente empirista) proponeva nelle ultime pagine del "Leviatano" come indispensabile per una adeguata comprensione della realtà. L'importante è che si muovano almeno i primi passi, superando l'illusione che basti rimanere fermi sugli immortali principi per essere adeguati al dinamismo del reale.

Proprio "L'ultimo sigillo" aggiunge ai due importanti contributi di cui ho parlato (sotto il profilo storico e sotto quello dell'attualità) una caratteristica altrettanto rilevante: un quadro affascinante di quanto proprio la fantasia occidentale si sia applicata per secoli alla tematica dell'Apocalisse.

Ma si è trattato di una fantasia diversa da quella alla quale si riferiva Hobbes, in quanto prescindeva completamente da una applicazione mirata alla comprensione della realtà, una fantasia che si contrapponeva al razionalismo illuminista.

Una fantasia che non vi si contrapponga, ma che imbocchi i forse tortuosi sentieri della convergenza, potrebbe suggerire nuovi cieli e nuove terre, il raggiungimento dei quali comporti certamente difficoltà, ma non le catastrofi immani della rottura dei sette sigilli.

Forse in questo modo, al passaggio di millennio, potrebbe cominciare ad essere elaborato un nuovo libro della rivelazione, al quale Internet assicurerebbe una diffusione planetaria.

                                                                                                                                   Giorgio Galli